ovvero "Ciacole da Tiffany"
(aspettando Lady Scartox & Mr. LittleWhite)
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9 luglio 2012
Sapore d'estate
Le estati della mia infanzia sapevano di ghiaccioli all'anice e di granite al tamarindo, di latte freddo con la menta o con il cioccolato, sapevano di orzata, sapevano di cozze che un piatto solo non bastava mai e tutti ridevano a vedere questa bimba tutta unta che mangiava con avidità straordinaria l'impepata, sapevano di anguria che poi c'era la gara a chi sputava i semini più lontano, sapevano di cornetti cuore di panna che quando arrivavano allora sì era proprio estate.
Sapevano del sugo della pasta fatta dalle altre mamme, perché d'estate ci era concesso pranzare nelle casette che facevamo in cortile e vigeva, di rigore, lo scambio gastronomico, ma gli altri erano sempre più fortunati perché nessuno cucinava come nonna Erminia.
Sapevano di acqua di mare che dal naso saliva al cervello alla centesima capriola fatta in acqua.
Sapevano dei finferli e chiodini di Sella Valsugana, delle more raccolte con il rastrelletto, delle nocciole prese dietro casa e magiate nella capanna di frasche. Sapevano di pesche ed albicocche.
Sapevano dei denti ingoiati col panino ("Ma la formica arriav lo stesso se non c'è un dente da lasciare sul comodino?").
Sapevano di cocco bello cocco fresco.
Sapevano degli elastici dell'apparecchio ortodontico che si rompevano sempre sul più bello e dovevi sputacchiare.
Sapevano di cocacola e rutto libero o della spuma al bar del patronato.
Di cosa sanno ora le mie estati? E le vostre di cosa sapevano?
25 giugno 2012
Motoscafi di sabbia
I motoscafi di sabbia sono passati di moda.
Alla fin degli anni 60 sulla spiaggia si facevano sinuosi motoscafi di sabbia a quattro o sei posti.
Alla fin degli anni 60 sulla spiaggia si facevano sinuosi motoscafi di sabbia a quattro o sei posti.
Zio Gastone, neanche a dirlo, era il re delle finiture eleganti dei motoscafi di sabbia. Noi sfrecciavamo veloci nella nostra immobilità, i capelli arsi ed imbionditi dal sole. Le gemelle piangevano, volevano il posto di guida, ma Massimo avrebbe ucciso per il posto di guida.
Così abbiamo serie di foto con gemelle urlanti.
In realtà quando io ho potuto vantare diritti sui posti in motoscafo, le gemelle avevano da tempo smesso di piangere per il posto di guida ed avevano anche smesso di piangere perchè si erano perse sulla spiaggia. Mia madre viveva nell'incubo di perdersi una gemella in spiaggia. Zia Bruna ci portava sui monti, mia madre al mare. Finché ne doveva gestire quattro (mia sorella, Massimo e le gemelle), faceva indossare immancabilmente a tutti lo stesso cappellino da sole e passava il tempo a cercare di identificare quattro cappellini identici nello stesso campo visivo - mia madre è una nota patita di enigmistica -. Poi siamo arrivate Monica ed io ed abbiamo scombussolato le carte: avevamo teste di dimensioni diverse ed esigenze diverse, quindi a questo punto al mare veniva anche Ortensia e la sera dopo averci "desabbiati" ed aver decatramato 12 piedi erano sfatte.
Anche le piste per le biglie con le facce dei ciclisti sono passate di moda, niente più bimbi piccoli portati a traino per i piedi dai più grandi per sagomare l'otto iniziale.
Resiste qualche castello di sabbia, ma niente ponte levatoio fatto con gli stecchi del gelato.
Nessuna partita ad impiccato e niente costruzione ardita di "piroli" di sabbia bagnata
31 maggio 2012
Finché la barca va
Nella mia esistenza mio padre c'è stato sempre stato, anche se, da piccola, mi sembrava una presenza superflua (non era il genere di padre che gioca con i suoi figli, che racconta le favole della buonanotte, che viene a tifare alle partite di pallavolo); mio padre è una certezza e se chiedi aiuto lui c'è.
Quando avevo circa 13 anni propose a noi donne di andare con lui in barca. Capiamoci non si trattava delle vacanze stile Formigoni, si trattava di uscire di casa alle quattro col buio, andare a Porto Garibaldi sotto ai Lidi Ferraresi, salire sul barcone di un pescatore uscire con lui, magari piazzare anche una canna in acqua dalla barca mentre le reti erano calate, tirare su le reti tornare al porto, farsi una mangiata del pesce pescato, cucinato lì al porto e tornarsene a casa dopo aver goduto del primo sole di giugno con parte del pescato. Mia madre lo guardò con un non se ne parla nemmeno scritto a caratteri cubitali in fronte, mia sorella concepiva le quattro come orario eventualmente per coricarsi e non per alzarsi ed io, senza aver prestato attenzione alle non intenzionate astanti, con entusiasmo avevo già aderito alla proposta. l'idea di un giorno in giro per mare mi pareva splendida. Fu così che mi trovai unica "donna" ed unico esemplare sotto i venticinque anni, con 15 uomini arruolata nella ciurma. Partimmo che non c'era neanche una intenzione di aurora, tirammo su i miei cugini (che hanno quasi l'età di mio padre), alcuni colleghi di mio padre ed arrivammo a Porto Garibaldi all'alba con il sole appena visibile all'orizzonte e la prima luce che filtrava tra file di pioppeti ipnotici. Salimmo sulla barca con il capitano Giovanni ed un mozzo, Pietro; il mozzo alle ore cinque e venti del mattino aveva già la "fiatella" alcolica ed io temevo che da un momento all'altro la cicca che pendeva perennemente all'angolo della sua bocca potesse causare un incendio al contatto con le esalazioni del suo respiro. Giovanni mi spiegò l'uso del radar, l'alba in mare fu bellissima, il freddo umido lasciò lo spazio ad un gradevolissimo tepore, i pescatori con le lenze si schernivano l'un l'altro a mezzo tono, giravano soppresse, sigarette e "ombre" di rosso in un tourbillon crescente, e più girava il rosso e più si rideva, io penso di aver avuto un'allegrezza da saturazione alcolica, gli uomini fiatavano ed io mi ubriacavo di conseguenza, nonostante la brezza marina.
La pesca fu abbondante, rientrammo in porto, il peschereccio fu ancorato e quando fu il momento di mettere il piede a terra Pierino, che, devo dire, ondeggiava paurosamente già a bordo, mise il piede in fallo e volò in acqua tra la darsena e la barca, fu la prontezza di riflessi di Giovanni che spinse in fuori la barca facendo leva con le gambe che impedì conseguenze peggiori, lo tirarano su tutto abraso ma con la sigaretta d'ordinanza zuppa all'angolo della bocca.
Un'anima pia lo riaccompagnò a casa e finì così la storia di Pierino il marinaio tutto fare che è caduto in mare. Noi mangiammo il pesce più buono che abbia mai mangiato lì vicino al molo, fatto alla brace e rientrammo a casa felici dopo le sieste di recupero all'ombra dei pioppi
La pesca fu abbondante, rientrammo in porto, il peschereccio fu ancorato e quando fu il momento di mettere il piede a terra Pierino, che, devo dire, ondeggiava paurosamente già a bordo, mise il piede in fallo e volò in acqua tra la darsena e la barca, fu la prontezza di riflessi di Giovanni che spinse in fuori la barca facendo leva con le gambe che impedì conseguenze peggiori, lo tirarano su tutto abraso ma con la sigaretta d'ordinanza zuppa all'angolo della bocca.
Un'anima pia lo riaccompagnò a casa e finì così la storia di Pierino il marinaio tutto fare che è caduto in mare. Noi mangiammo il pesce più buono che abbia mai mangiato lì vicino al molo, fatto alla brace e rientrammo a casa felici dopo le sieste di recupero all'ombra dei pioppi
14 maggio 2012
Pinocchio in gonnella
Iniziò rettificando la data di nascita, da un giorno di tardo settembre improvvisamente decise di essere venuta al mondo il dì che apre l'anno; così noi ci immaginammo un travaglio in competizione per aggiudicarsi il primato di prima nata del 1963, un travaglio solitario con la TV in sottofondo che scandisce meno dieci, nove, otto e poi un frastuono impazzito che copre le urla della fatica di sgravarsi, con il ginecologo che ha cambiato i turni per essere in ospedale a brindare con l'infermiera bionda e carina con la quale ha una storia clandestina che impreca perché la primipara non si decide a sputare in questo mondo il fagottino che se la prende comoda per rimanere al caldo ancora per qualche oretta. Poi stabilì di avere un fratellastro da parte di padre, il fratellastro era inevitabilmente bello e dannato, che negli anni settanta valeva doppio ai fini del riconoscimento personale.Quindi ci lasciò impietrite raccontandoci i particolari della sua prima volta e quello fu il suo capolavoro perché non largheggiò con un orgasmo simultaneo, ma ci raccontò di tentennamenti, ripensamenti, impacci e dolore che resero la cosa molto credibile e più alla nostra portata di sprovvedute pronte a incamerare i racconti della più navigata.
Poi il castello di carte crollò per piccole crepe, foto di famiglia in cui non compariva mai il fratello bello e dannato, morosi che andavano inesorabilmente in bianco, auguri di buon compleanno fatti in presenza della madre che sgranava gli occhi come per dire "auguri de che?".
Qualche anno dopo la fine delle superiori ci incontrammo e mi disse che aveva due figli, nati nello stesso anno: uno a gennaio ed uno a dicembre; pensai: " ci risiamo non cambierà mai" poco dopo comparvero per mano al marito due bimbetti, parevano gemelli
29 febbraio 2012
Il letto dell'imperatrice
gennaio fiocchetti di neve
amandapiccola era ammalata per l'ennesima volta, amandapiccola era una fabbrica di mocci, e come spesso succede ai bimbi mocciolosi aveva unto anche nonna Erminia, nulla è più feroce e contagioso delle malattie dei bimbi.
febbraio gioioso ma breve
Eppure, se amandagrande pensa a nonna Erminia, non se la ricorda mai ammalata, tranne quella volta.
marzo un po' d'acqua e di sole
Nonna Erminia girava in abitino a mezze maniche, leggero, anche in pieno inverno e rigorosamente scollato a V perché "i colli mi fanno sudare", solo dopo pranzo e dopo cena indossava un gilet di lana per facilitare la digestione.
aprile cestini di viole
amandapiccola era in prima elementare e la maestra aveva mandato i compiti da fare tramite una compagna di classe.
maggio la rosa fiorisce
amandapiccola e nonna Erminia stanno nel letto dei nonni, salire sul letto dei nonni è una scalata all'Everest serve lo scagneo (piccolo scranno/sgabello) il letto è così composto: c'è il telaio di legno sul quale stanno i cosiddetti cassoni -telaio rigido di legno leggero e crine- sui quali stanno uno o due materassi di lana (a proposito chi si ricorda le grandi manovre quando arrivava il materassaio a "battere" i materassi, e le donne di case erano in uno stato di agitazione come dei generali prima della battaglia?) tutto compreso il letto risulta più alto dell'intera e microscopica amandapiccola.
giugno la scuola finisce
Su quel letto amandapiccola si sente un'imperatrice, e già si sente guarita.
luglio ci son nuovi frutti
Ha già scritto i pensierini, fatto le addizioni
agosto è vacanza per tutti
poi c'è da fare un disegno, nonna Erminia le ha fatto un sacco di complimenti per quel disegno
settembre bei grappoli d'oro
e poi c'è quella poesia da imparare a memoria
ottobre bambini al lavoro (ah quando si andava a scuola a san remigio!)
ma è lunga, lunga 12 mesi
novembre si prega di più
dicembre ci aspetta Gesù
con nonna Erminia imparare è facile.
Ci vorrebbe un lettone comodo su cui salire anche ora per sentirsi imperatrici, dove tutto sembri semplice, anche le poesie lunghe 12 mesi, anche quelle retoriche e stupide
Ci vorrebbe un lettone comodo su cui salire anche ora per sentirsi imperatrici, dove tutto sembri semplice, anche le poesie lunghe 12 mesi, anche quelle retoriche e stupide
24 febbraio 2012
La luce, i colori
Ricordava ancora la volta in cui aveva scartato uno dei regali più belli.
Da principio l'aveva scambiato per una confezione gigante di bolle di sapone, era un tubo di plastica rossa e l'idea di tutte quelle bolle che portavano a spasso arcobaleni presi in ostaggio l'aveva resa felice. Ma presto si accorse che no, non erano bolle e si rabbuiò, non era neppure una strana confezione di Lego, non era nulla di quanto avesse richiesto con dignitosa umiltà a Babbo Natale: solo un tubo di plastica rosso con un buco per parte.
Stava già per assumere la sua più tipica espressione imbronciata (neppure ora, ormai adulta, sapeva nascondere le sue emozioni, le si leggevano subito in faccia), quando uno dei grandi attorno a lei le disse "rivolgi il tubo verso la luce e guardaci dentro".
Scettica levò il tubo rosso e pensò che le avessero regalato un cannocchiale, ma non ambiva a fare Jolanda la figlia del Corsaro Nero e, dopo aver visto una compagna delle elementari con la benda correttiva non era più affascinata dai pirati.
Fu allora che esplosero le luci, i colori e quella girandola di forme che cambiavano ad ogni minimo movimento del suo polso.
I caleidoscopi creano dipendenza, uno sballo a buon mercato, peccato non si regalino più
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Racconti minimi
9 febbraio 2012
Caffè Seletto
L'avevo promesso a Giacynta, ho cercato le foto del caffè della mia famiglia, purtroppo della vecchia locanda quella con la stazione di Posta non ci è rimasto praticamente nulla, le foto sono andate distrutte con la casa.
Ho scovato solo questa in cui si vede l'esterno, siamo nel 1931 direi a giudicare dall'età di Lina, mia madre qui con nonno Valentino.
In questa invece si vede la baracca che era stata costruita per fare continuare l'attività durante il periodo della ricostruzione.
Galeotta fu la baracca: mio padre vi andò a giocare una schedina del totocalcio e litigò con mia madre che aveva messo il Verona perdente e la litigata gli piacque così tanto che ci tornò e ci tornò e ci tornò.
Ora l'inaugurazione del Caffè Seletto è il 1956, la baracca è stata demolita.
Nella prossima foto si distinguono al centro splendido nel suo panciotto con catena di orologio a cipolla quella meraviglia di nonno Valentino , alla sua destra mia madre Lina ed al centro del centro zia Bruna (per gli amici Brina e Luna)
Sempre il giorno dell'inaugurazione dietro al bancone zia Giovanna ed inappuntabile in grembiule inamidato candido Ortensia, di spalle in maglietta a righe e gonna a ruota, molto anni 50 zia Silvana
Qui sopra sotto la colonna secco secco zio Gastone ed ancora mamma ed Ortensia.
I miei genitori iniziarono la tradizione dei matrimoni di famiglia con rinfresco al nuovo Seletto, i matrimoni di famiglia si sono celebrati, fino al 1965, tutti rigorosamente di lunedì giorno di chiusura del Caffè
Non trovate delizioso il cappellino di nonna Erminia? Purtroppo quello di Nonnina si vede in fondo solo di striscio.Mio padre aveva solo un'iniziale stempiatura, durò pochissimo
Ed ora ammirate la vera star del Caffè Seletto, è lì alle spalle di papà, pensate era l'unico televisore della zona, venivano da tutta Padova nord a vedere lascia o raddoppia, perfino i genitori del 3/4 da fidanzatini venivano, l'abbiamo scoperto solo mooooooooolti anni dopo
29 novembre 2011
Paola

In quell'attimo si spalancò con verità accecante la porta della ragione.
La mano destra stringeva un coltello, la sinistra una carota.
Lei era lì nella cucina della sua casa.
Cosa fosse successo fino ad allora non lo sapeva.
Nella stanza accanto le sue figlie ed i loro amici chiacchieravano.
La verità la colpì come un diretto allo stomaco, ed era incontrovertibile e tremenda.
Non poteva sbagliarsi.
La sua mente era quella di una donna di scienza, la sua esperienza quella di un medico.
Un medico coscienzioso che aveva aiutato esistenze, affrontato la disabilità che l'assenza dello sviluppo del linguaggio porta con sè.
Un lacrima scese dall'occhio azzurro lungo la bella gota, pochi l'avevano vista piangere, era cresciuta tra le montagne dove le lacrime sono un lusso.
Ciò che gli altri avevano dapprima rifiutato di vedere e poi dovuto affrontare impotenti fu anche a lei palese.
Un minuto, o un'ora, o il giorno seguente tutto sarebbe stato nuovamente lieve, torbido, accettabile, avvolto nella carta argentata dell' inconsapevolezza.
Ma quella sera il dolore della ragione la devastò.
La ragione che aveva guidato ogni suo singolo passo, che le aveva fatto compiere scelte molto impegnative e difficili all'epoca della sua gioventù l'aveva tradita.
Era un tradimento che non permetteva margini di trattativa, un tradimento definitivo.
Eppure aveva solo 53 anni.
Quando una delle figlie entrò in cucina notò la lacrima e la desolata sconfitta sul suo volto.
"So di avere l'Alzheimer"
La finestra sull'orrore si chiuse, non so se per l'ultima volta
a Paola mia Maestra ed amica
La mano destra stringeva un coltello, la sinistra una carota.
Lei era lì nella cucina della sua casa.
Cosa fosse successo fino ad allora non lo sapeva.
Nella stanza accanto le sue figlie ed i loro amici chiacchieravano.
La verità la colpì come un diretto allo stomaco, ed era incontrovertibile e tremenda.
Non poteva sbagliarsi.
La sua mente era quella di una donna di scienza, la sua esperienza quella di un medico.
Un medico coscienzioso che aveva aiutato esistenze, affrontato la disabilità che l'assenza dello sviluppo del linguaggio porta con sè.
Un lacrima scese dall'occhio azzurro lungo la bella gota, pochi l'avevano vista piangere, era cresciuta tra le montagne dove le lacrime sono un lusso.
Ciò che gli altri avevano dapprima rifiutato di vedere e poi dovuto affrontare impotenti fu anche a lei palese.
Un minuto, o un'ora, o il giorno seguente tutto sarebbe stato nuovamente lieve, torbido, accettabile, avvolto nella carta argentata dell' inconsapevolezza.
Ma quella sera il dolore della ragione la devastò.
La ragione che aveva guidato ogni suo singolo passo, che le aveva fatto compiere scelte molto impegnative e difficili all'epoca della sua gioventù l'aveva tradita.
Era un tradimento che non permetteva margini di trattativa, un tradimento definitivo.
Eppure aveva solo 53 anni.
Quando una delle figlie entrò in cucina notò la lacrima e la desolata sconfitta sul suo volto.
"So di avere l'Alzheimer"
La finestra sull'orrore si chiuse, non so se per l'ultima volta
a Paola mia Maestra ed amica
14 novembre 2011
Le sensale fallita

Ad un certo punto della sua, della mia, della nostra esistenza, Monica decise che doveva trovarmi un “moroso”.
Correva l’anno 1976, io avevo 13 anni, lei 11 e faceva strage di cuori, io no.
Monica è la cugina più simile all’idea di cugina che uno possa concepire nel proprio immaginario.
Escluse dai nostri fratelli maggiori che in totale erano quattro, cresciuti tenacemente insieme e disposti in formazione 1, 1, 2 : una mia, uno suo, due sue, generati in tre anni successivi, noi eravamo arrivate con ampio margine di distacco: io a 6 anni da mia sorella, lei a 6 anni dalle sue e facevamo clan.
Era un clan particolare io volevo “fare la grande” lei menava, perché la mia di sorella maggiore mi ignorava, ma i suoi gliele suonavano e lei aveva imparato l’arte della sopravvivenza.
Per anni abbiamo vestito da false gemelle perché ereditavamo dalle sue sorelle, i due anni di differenza, in quanto a dimensioni, credo si siano visti solo dal maggio del 65 al luglio del 66.
Così molto spesso ci sentivamo dire “uhhhh coma sono cresciute le gemelle” anche se quelle erano cresciute davvero e non ci somigliavamo per niente.
Abbiamo passato tutte le estati della nostra vita fino a 15 anni insieme ed anche molti weekend, perché lei amava dormire dai nonni ed io amavo molto andare a giocare da lei che aveva il giardino e 2 dolce forno, 2 ciccio bello, 2 lavagne coi gessetti, 1 Govannino ed 1 Giovannina ed inoltre a casa sua c’erano un sacco di schifezze tipo liquirizia, dolci da-conto-salato-del-dentista, patatine e porchezzuole piene di coloranti che da me erano vietate.
A luglio eravamo al mare insieme in due appartamenti dello stesso condominio, ad agosto dormivamo in due letti gemelli nella stessa camera dell’enorme casona dei miei zii in Valsugana.
Dai 2 ai 5 anni, ogni volta che ci incontravamo litigavamo, lei mi toglieva intere ciocche di capelli, io urlavo, lei veniva obbligata a chiedermi scusa, poi facevamo pace e poi piangevamo a strazzacore quando dovevamo separarci.
Dai 6 in poi litigavamo lo stesso ma ci divertivamo sempre un sacco.
Così quell’estate del 76 lei mi telefonò con un carico di gettoni dalla cabina telefonica sotto il condominio al mare e mi disse: “ho trovato l’uomo (faccio notare l’uomo) per te”.
Il povero disgraziato si chiamava Michele, aveva 12 anni, era un tipetto con una zazzera di ricci biondi, le lentiggini ed un sorriso che metteva voglia di ridere solo a guardarlo; ne combinava di tutti i colori.
Nei 15 giorni che intercorsero tra la telefonata ed il mio arrivo al mare non fece altro che sentire raccontare di questa cuginamanda e più lei raccontava di me, più lui si invaghiva di lei.
Quando arrivai, a me la situazione parve chiarissima, a Monica invece ci volle quasi un mese.
Ma fu un’estate splendida quella, noi tre insieme, i tuffi, gli scherzi, le passeggiate, le chiacchiere sul molo, quando me ne andai finalmente lei capitolò.
Poi l’estate seguente, sui monti, fu la volta di Gianni e questo Gianni mi piaceva molto e forse, sotto sotto, anche io a lui perché sapeva intagliare e mi regalò una stella alpina che fece col coltellino sotto ai miei occhi, ma poi era timido e comunque quel peperino di Monica non lasciava indifferente nessuno e quindi non se ne fece nulla.
Penso di poter essere annoverata, ancora oggi, come uno dei suoi più grandi fallimenti perché ad un certo punto rinunciò, poi cominciarono le vacanze separate e poi le vite separate ed ora ha abbandonato la banca dove lavorava e la nostra città e vive in campagna con i successi della sua esistenza il secondo dei quali ha ormai l’età che avevamo noi all’inizio di questa storia
Correva l’anno 1976, io avevo 13 anni, lei 11 e faceva strage di cuori, io no.
Monica è la cugina più simile all’idea di cugina che uno possa concepire nel proprio immaginario.
Escluse dai nostri fratelli maggiori che in totale erano quattro, cresciuti tenacemente insieme e disposti in formazione 1, 1, 2 : una mia, uno suo, due sue, generati in tre anni successivi, noi eravamo arrivate con ampio margine di distacco: io a 6 anni da mia sorella, lei a 6 anni dalle sue e facevamo clan.
Era un clan particolare io volevo “fare la grande” lei menava, perché la mia di sorella maggiore mi ignorava, ma i suoi gliele suonavano e lei aveva imparato l’arte della sopravvivenza.
Per anni abbiamo vestito da false gemelle perché ereditavamo dalle sue sorelle, i due anni di differenza, in quanto a dimensioni, credo si siano visti solo dal maggio del 65 al luglio del 66.
Così molto spesso ci sentivamo dire “uhhhh coma sono cresciute le gemelle” anche se quelle erano cresciute davvero e non ci somigliavamo per niente.
Abbiamo passato tutte le estati della nostra vita fino a 15 anni insieme ed anche molti weekend, perché lei amava dormire dai nonni ed io amavo molto andare a giocare da lei che aveva il giardino e 2 dolce forno, 2 ciccio bello, 2 lavagne coi gessetti, 1 Govannino ed 1 Giovannina ed inoltre a casa sua c’erano un sacco di schifezze tipo liquirizia, dolci da-conto-salato-del-dentista, patatine e porchezzuole piene di coloranti che da me erano vietate.
A luglio eravamo al mare insieme in due appartamenti dello stesso condominio, ad agosto dormivamo in due letti gemelli nella stessa camera dell’enorme casona dei miei zii in Valsugana.
Dai 2 ai 5 anni, ogni volta che ci incontravamo litigavamo, lei mi toglieva intere ciocche di capelli, io urlavo, lei veniva obbligata a chiedermi scusa, poi facevamo pace e poi piangevamo a strazzacore quando dovevamo separarci.
Dai 6 in poi litigavamo lo stesso ma ci divertivamo sempre un sacco.
Così quell’estate del 76 lei mi telefonò con un carico di gettoni dalla cabina telefonica sotto il condominio al mare e mi disse: “ho trovato l’uomo (faccio notare l’uomo) per te”.
Il povero disgraziato si chiamava Michele, aveva 12 anni, era un tipetto con una zazzera di ricci biondi, le lentiggini ed un sorriso che metteva voglia di ridere solo a guardarlo; ne combinava di tutti i colori.
Nei 15 giorni che intercorsero tra la telefonata ed il mio arrivo al mare non fece altro che sentire raccontare di questa cuginamanda e più lei raccontava di me, più lui si invaghiva di lei.
Quando arrivai, a me la situazione parve chiarissima, a Monica invece ci volle quasi un mese.
Ma fu un’estate splendida quella, noi tre insieme, i tuffi, gli scherzi, le passeggiate, le chiacchiere sul molo, quando me ne andai finalmente lei capitolò.
Poi l’estate seguente, sui monti, fu la volta di Gianni e questo Gianni mi piaceva molto e forse, sotto sotto, anche io a lui perché sapeva intagliare e mi regalò una stella alpina che fece col coltellino sotto ai miei occhi, ma poi era timido e comunque quel peperino di Monica non lasciava indifferente nessuno e quindi non se ne fece nulla.
Penso di poter essere annoverata, ancora oggi, come uno dei suoi più grandi fallimenti perché ad un certo punto rinunciò, poi cominciarono le vacanze separate e poi le vite separate ed ora ha abbandonato la banca dove lavorava e la nostra città e vive in campagna con i successi della sua esistenza il secondo dei quali ha ormai l’età che avevamo noi all’inizio di questa storia
26 ottobre 2011
il buio oltre...

immagine da http://www.riccardobucchioni.com
Mai dare le spalle al nemico, mai.
Meglio darle alla propria sorella maggiore, quella di cui allora non conoscevi ancora le fragilità per cui pareva di avere un bello scudo piazzato alle terga.
Se il nemico è poi la cosiddetta "camera scura" capirete anche voi che c'è di che essere in ansia.
Nelle altre case si chiamano da sempre sgabuzzini o ripostigli, in casa dei nonni, che poi di fatto è la tua casa, no, bisognava darle un nome che da solo è il titolo di un film horror, altro che finestre che ridono, qui non ride nessuno perchè di finestre neanche l'ombra e neppure del resto una porta da chiudere per porre una certa distanza tra te ed il nemico.
Se poi col buio la lucidatrice (ma esistono ancora le lucidatrici?) sembra un uomo appostato e pronto all'agguato che deve fare una settenne con la paura del buio di ritorno? Ma poi era mai passata?
Perchè se una dall'età di 18 mesi vive a 3 piani di distanza dal lettone dei genitori e da poco non ha neanche più Ortensia a portata di coccole, causa sopraggiunta età della pensione, dove si rifugia quando il sonno non arriva o quando causa passaggio di treno merci ad alta velocità il sonno si fa leggero?
Che poi non è che i poster piazzati in camera dalla sorellona risultino molto rassicuranti nella semioscurità, no dico avete presente l'aspetto di Joe Cocker alla fine degli anni 60?
Quindi comunque una si girasse non c'era di che essere serene, avrà radici lì il mio problema di insonnia?
23 ottobre 2011
Intervallo-Intervalli
Venezia Stra Villa Pisani
Venezia Porto Marghera
Verona panorama al tramonto
Verona periferia
Piazzola sul Brenta Padova Villa Contarini
Padova Autosilos Arcella
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Viaggi e miraggi
10 ottobre 2011
Ad Alba e Giuseppe

Era l'alba della sua stagione di donna quando Alba (Alba con la A come Amanda come Antonio come tutte le A del mio ramo paterno) incontrò Giuseppe.
14 anni lei, 16 anni lui.
Lei longilinea, i capelli ramati i lineamenti delicati, lui mani grandi e un naso rotto in più punti.
E si crebbero addosso e si vissero addosso.
Lui ipercritico e brontolone, lei apparentemente accondiscendente, ma capace di risposte taglienti.
Lei l'ha chiamato per una vita intera per cognome, come a scuola, dove si erano conosciuti.
E si sposarono, e diventarono genitori di un'unica adorata figlia, poi nonni di un'unica adorata nipote.
Lei amava dipingere e lui dietro di lei diceva "ci metterei un po' più di blu qui e meno verde lì", lei si girava, lo fulminava con lo sguardo, lui si allontanava ma poi non resisteva e tornava, allora lei posava il pennello.
Un'intera lunga esistenza così.
Poi il male, quello che ti si mangia nel tempo, che a quell'età è lento ma inesorabile, corrode la ferma bellezza di Alba che aveva resistito agli anni, la divora e la annienta, neanche un anno fa.
E Giuseppe, che l'ha assistita fino all'ultima ora dell'ultimo giorno, ha deciso che nè l'adorata figlia, nè l'adorata nipote erano ragione sufficiente per rimanere a brontolare oltre e tre giorni fa ci ha salutati.
Ad Alba, nel posto in cui si trova ora sono stati concessi solo pochi mesi di pittura indisturbata, ma sono sicura che le mancava la voce del suo critico preferito.
Ad Alba e Giuseppe nel giorno in cui salutiamo mio zio quaggiù per l'ultima volta
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Buon vento
12 agosto 2011
Formidabili quegli anni
Del reparto dove ho lavorato per 10 anni con oggi non è rimasto niente.
Il reparto era nato nel 2000 dal nulla, il Direttore era uno che ha fatto scuola nella chirurgia dell'orecchio, ci sono tecniche e strumenti che portano il suo nome, dopo anni di peregrinazioni era tornato come primario nella città in cui aveva studiato.
Gli inizi sono stati una cavalcata esaltante, noi medici eravamo tutti coetani, alcuni molto ambiziosi, tutti molto preparati e con tanta voglia di mettersi in gioco.
Lui per carattere lasciava ad ognuno l'iniziativa, ci ascoltava sempre, anche se poi magari faceva di testa sua, ma ci si sentiva stimati, valutati, apprezzati, avevamo sempre voce in capitolo.
Devo a lui ed a questi anni, molto di quello che so.
abbiamo organizzato congressi internazionali, ho potuto lavorare a livello europeo con le migliori teste pensanti del mio settore.
Poi il lupo si è fatto vecchio, malato, è stato assente, ha perso potere politico e quando è tornato è stato solo per concludere un ciclo, ma del suo reparto modello si sono perse le tracce, sono iniziate lotte esterne ed intestine per la successione.
Non gli è stato più concesso di rinnovare i contratti a termine ed io sono rimasta fuori.
Il suo ex vice se ne è andato per le incomprensioni reciproche.
Un anno fa il vecchio capo è andato in pensione.
Col nuovo capo è spirato un vento che ha spazzato in meno di un anno l'intero staff medico, oggi, da ultima se n'è andata la collega con cui lavoravo da più anni, da prima che il reparto nascesse e come nei 10 picoli indiani di Agatha Christie.... poi non ne rimase più nessuno.
E sono stata male un'altra volta.
6 luglio 2011
Rifugio

Amandapiccola sta protetta nel suo rifugio preferito, è un pomeriggio d'autunno, nel rifugio non è sola, c'è con lei la cagnetta Dudù, l'orecchio sinistro, rosa, di Dudù risente dell'anzianità di servizio e dalla cucitura esce un po' di paglia.
Amandapiccola ha portato nel rifugio i mezzi di sostentamento, lo scatolone dei Lego, un quaderno a righe-di-seconda di sua sorella, le matite colorate, è in quella fase islamista in cui copia i segni, non sono ancora lettere o numeri, da sinistra verso destra e a volte i 4 come le rande cambiano direzione a seconda di come soffia il vento, inforca la matita con vigore come un aratro e pigia duro (in realtà anche Amandagrande calca molto quando scrive, la pagina che si increspa dà soddisfazione), ha già finito di mangiare pane e nutella, non sa che sarà uno degli ultimi e quindi lo azzanna senza la dovuta deferenza, ha i baffi mezzi di moccio, mezzi di nutella.
Il suo rifugio ha quattro angoli, le gambe del tavolo, i lati invece sono così composti: lato nord le gambe di Ortensia, un reticolo di capillari, fare la banconiera per mille anni ha il suo prezzo, Ortensia stira, come quasi tutti i pomeriggi, in una famiglia di 8 persone più annessi c'è sempre qualcosa da stirare, stira sul tavolo aperto, ha stesso il copritavolo di panno, una coperta doppia ed un lenzuolo bianco (non c'era l'asse da stiro a quel tempo, e ,ci fosse stato, lei non l'avrebbe usato, certe diavolerie non facevano per lei); lato nord le gambe di nonna Erminia, nonna sarebbe alla moda oggi: piede destro spuntata plateau tacco 12, piede sinistro ballerina, la nonna cuce, in una famiglia di 8 persone più annessi c'è sempre un bottone da riattaccare, un calzino da rammandare, un elastico di mutanda sostituire, mica si buttava via la roba allora per sciocchezze del genere; a sud ovest le gambe grassocce di zia Linda (Teodolinda) sta sgranando qualcosa, fagioli? per i fagiolini è sicuramente troppo tardi ed anche i per i piselli, o forse monda il riso, si toglievano i risetti neri, se fosse mattina sarebbe in giro, ombrello para pioggia a questa stagione, ombrello (il medesimo) para sole in estate, la nonna decide il menù, la zia esce a prendere la spesa di giornata, ogni scusa è buona per uscire a fare quattro passi e otto chiacchiere. Ad Amandapiccola arrivano frammenti di lettura della Domenica del Corriere, Soraya continua ad essere triste anche diversi anni dopo essere stata ripudiata, il cane eroe salva il padrone da morte certa nell'incendio della casa, padre Pio ha di nuovo le stimmate, ma soprattutto arrivano i commenti alla lettura; per la lettura , come per il rammendo, si scambiano le lenti da presbite, ognuna ha le sue, ma, non si sa come, quelle di una vanno meglio all'altra a seconda dell'occupazione in corso. A volte un lato è occupato dalle ospiti: zia Irma, zia Gemma, zia Giovanna, zia Ines. Un elenco sterminato di rappresentanti dell'universo femminile che venivano a trovare nonna Erminia che non poteva uscire e che invece era considerata da tutti un'ottima compagnia, una buona confidente, una scorta di serenità nelle avversità della vita.
Come si fa a non crescere felici in un rifugio fatto di gambe e di chiacchiere di donne?
29 aprile 2011
Zio Gastone

Lui era fatto così, formale fino all’ultimo, preciso nelle cose.
Così ha aspettato tre settimane che il suo primogenito tornasse dal viaggio di nozze per avviarsi; non voleva recare disturbo, rovinare la festa.
Era un omino piccino e minuto. Due occhi azzurro chiaro chiaro, le ciglia chiare chiare, in uno di quei visi scarni, essenziali alla Eduardo De Filippo.
Una passione per le piante ed il giardinaggio, una passione per i bambini, tutti i bambini: i suoi quattro, le nipoti acquisite cioè mia sorella ed io e i figli dei fratelli. Ci portava tutti, e dico tutti, in vacanza con lui e se non bastava caricava anche qualche amico dei figli.
Allora non esistevano cinture, seggiolini, radunava la ciurma e si partiva, nella sua macchina si cantava sempre, incessantemente da Padova alla Valsugana.
E che canzoni poi: c’era una tale Siora Filippa che andava a letto col cussin (il cuscino) ed ogni strofa si concludeva con “siora Filippa l’è 'na donna original”; “sotto il ponte tapin tapon” veniva immancabilmente rapita una ragazza, poi c’erano i canti alpini ed i classici della canzone napoletana.
Ma il motivo per cui lui era il mito di ogni bambino era il suo alter ego il “Caciaone”. Come Dottor Jekill e Mr Hyde il Caciaone compariva sempre quando la situazione tra dodici/quindici bambini diventava ingestibile. Metteva su uno strano ghignetto alzava le mani agitando i polpastrelli al vento e iniziava a darci la caccia. Chi veniva catturato subiva la tortura del solletico. Ormai bastava che partisse il ghigno che iniziava una ridarola collettiva inarrestabile. La zia, se il Caciaone compariva verso l’ora di andare a letto, a volte lo sgridava perché diceva che poi non ci saremmo più addormentati, ma lui era immancabilmente dalla nostra parte.
Mi ricordo che in agosto, qualche giorno prima del mio complenno, che spesso festeggiavo con gli zii in montagna, mi portava in paese, nel negozio di giocattoli, e studiava le cose da cui venivo attirata, immancabilmente una di quelle l’avrei trovata nel pacchetto infiocchettato la mattina della mia festa, in quell’occasione comprava anche un regalino per mia cugina Monica, la più piccola, alla quale ero legata da un amore/gelosia fraterno, perché non ci rimanesse troppo male.
Quando se ne andò, dopo una lunga malattia, in quell’inizio estate, una delle mie cugine stava aspettando una bimba, sarebbe stato un nonno fantastico, credo che sia stato molto ingiusto che questa gioia gli sia stata negata
8 febbraio 2011
danza che ti passa
Le domeniche pomeriggio d'inverno dei miei anni a cavallo tra la fine delle medie e l'inizio del ginnasio portarono in omaggio le festine danzanti.
Nel nostro gruppo c'era una ragazza molto benestante, cardiopatica, che non potendo andarsene in giro come tutti gli altri organizzava, nell'enorme taverna di casa, le classiche feste di quegli anni.
Noi si portava 33 e 45 giri, tutto il resto lo mettevano i suoi, compreso un piccolo impianto luci blu, rosse e strobo.
C'era l'incaricato a mettere musica, di solito uno che non amava ballare o che riteneva di non avere speranza di acchiappo, si accettavano le richieste riguardo a musica e momento di passare ai lenti. I maschi profumavano di Brut e dell'appretto con cui la mamma stirava loro le camicie.
Io ballavo senza posa: iniziavo a ballare alle 14 e 45 peccaminoso orario in cui si aprivano le danze e finivo alle 19 e 20 orario del rientro per la cena. Allora si ballavano Zodiac, you make me feel,born to be alive, don't let me be misunderstood, che generalmente rappresentava l'apoteosi danzereccia. Allora si ballava il mambo, non pensate alle sinuose e seducenti movenze di Silvana Mangano, no era una convulso sbattimento di anche che si ballava in almeno due persone e che era comparso ai tempi di "Lady Marmelade" e "Ancora tu" di Battisti, c'erano poi i balletti stile la febbre del sabato sera altamente coreografici e con i passi contati, un vero spasso. Poi veniva il momento dei lenti tra tutti ricorderò Honesty e Baker street ; le luci si abbassavano al minimo e se non ti invitavano a ballare eri marchiata a vita. Io mi salvavo perchè Marta, la mia migliore amica, non amava ballare ed aveva un moroso ballerino che mi invitava a ballare sempre perchè era piccino di altezza e con me non sfigurava. Mi piacerebbe sapere il punto di vista di un esemplare maschio di quegli stessi anni, poi il problema è sparito insieme ai lenti, perchè non essere scelte era la morte civile, ma invitare e sentirsi rifiutati doveva essere forse peggio.
7 febbraio 2011
velocità

Da sempre ho un rapporto difficile con la velocità.
Parlo velocemente, digito velocemente, mangio ahimè troppo velocemente, ma questo è quanto.
Mi sembra che la velocità sia mancanza di controllo, e la mancanza di controllo la concepisco solo in amore, questo è uno dei motivi per cui non guido ed è anche il motivo per cui ho mollato lo sci di discesa poco dopo avere iniziato, finiva che frenavo troppo e mi perdevo il succo della questione.
Forse da piccola non ero così.
Ricordo il mio unico trauma cranico per eccesso di velocità con il triciclo, complici le spinte di mia sorella nel lungo corridoio di casa dei miei e lo schianto contro il vasone delle sanseverie in curva. Ricordo che correva l'anno 1973, l'anno dell'austerity. Per i non nati o i troppo giovani ricorderò che a causa della guerra dello yom kippur tra Israele ed Egitto il prezzo della benzina era schizzato alle stelle (mai come oggi) e vigeva il divieto assoluto dell'uso delle auto private di domenica. Mica come oggi che ci sono più deroghe alla domenica ecologica che mezzi fermi. Allora si muovevano solo le auto dei medici in servizio e per servizio. Così le strade erano il paradiso dei bambini: bici, tricicli, pattini.
Io che da sempre abito attaccata ad un cavalcavia, mi lanciavo giù e non potendo fare lo spazzaneve con i pattini a 4 ruote di legno andavo giù come un siluro, e che divertimento.
Il mio ideale di ciclismo è il ciclismo olandese in pianura nel polder ed invece mi trovo a spolmonarmi in salita e a scendere in un misto tra ebrezza e panico sui colli padovano-vicentini.
Quando sono passata al fondo pensavo: il fondo, lo dice la parola stessa, è in fondo valle e me ne vado bella dritta in piano invece via via sono passata a farmi le discese ardite e le risalite, stile ieri un percorso che neanche un ottovolante.
Il problema di giornate come ieri è il cambio di velocità. Del tipo: inizia la discesa all'ombra, la neve è ghiaccia e tu pigli una velocità inebriante, poi improvvisamente, quando il vento ti sibila nelle orecchie, la pista passa al sole, la neve è fraccica, lo sci si pianta e tu vieni letteralmente catapultata in avanti.
L'ho detto la velocità non fa per me
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20 gennaio 2011
8 e 20 prima campana

Quando ho conosciuto Cesare avevamo 11 anni. Aveva occhi da gatto e come un gatto a volte soffiava, tirava fuori le unghie e alzava tutto il pelo. Il suo banco pareva un campo di battaglia e suoi calzetti erano sempre calanti, le mani piene di inchiostro.
La Prof. di lettere, la stessa che ci lesse le lettere dei condannati a morte della resistenza, che ci faceva assaporare quintali di poesie, che ci faceva creare sceneggiature, che l'analisi logica ce la insegnava con i bersagli, che ci disse "forse mi interessa meno che 8 di voi imparino il latino ora, e infinitamente di più che chi finisce qui la scuola esca con qualcosa che resta per la vita" ecco lei, proprio lei, scelse per Cesare il compagno di banco ideale, quel Marco dal Super-Io grande come un grattacielo, sempre ligio alle regole, ma assolutamente ingessato che diceva di Picasso "saprei farlo tale e quale".
Lei sapeva perchè Cesare alzava il pelo: aveva da poco una città nuova, una casa nuova, una famiglia nuova e un fratello in meno.
Un po' alla volta conquistò la fiducia di Cesare e lo fece raccontare a noi l'abbandono, gli anni in istituto, i bagni il sabato in 20 a turno nella stessa acqua, il fratellino piccolo che era stato scelto prima di lui, quando ormai erano l'unica certezza l'uno per l'altro, i tentativi di inserirsi in nuove famiglie andati a vuoto e finalmente l'arrivo a Padova. Ne fece un protagonista e ce lo fece capire ed accettare e sostenere, senza imporcelo, senza pietismi.
Io non so cosa ne è stato di Cesare, so che ciò che può averlo salvato è stato: la sua intelligenza,il fatto di avere trovato, anche se tardi, una famiglia, una scuola adeguata ad accoglierlo, comprenderlo ed una maturità, che allora non comprendevo. Quando gli si chiedeva "ma tu se avessi figli li abbandoneresti in un istituto?" (per noi figli coccolati era inconcepibile l'abbandono) lui diceva "ci sono situazioni in cui quella è l'unica scelta possibile" era andato oltre alla rabbia ed al risentimento per quella prima famiglia disastrosa e disastrata. Alla fine dei tre anni di medie Cesare aveva sempre gli occhi da gatto ma il pelo era liscio, morbido e coccolabile anche se tirava ancora fuori le unghie a volte, Marco aveva a volte i calzetti scesi e le mani sporche di inchiostro ed apprezzava Kandinsky, c'erano voluti parecchie liti, quaderni volati, pagine strappate e molta amicizia.
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14 gennaio 2011
La pista cifrata

Il post di Luca di ieri ed i commenti che l'hanno seguito mi hanno fatto tornare in mente una consuetudine dimenticata della mia famiglia.
Forse ricorderete che per un periodo io ed i miei vivevamo separati, veramente vivevamo è una parola grossa, piuttosto dormivamo , separati.
Io vivevo e dormivo con mia sorella 3 piani più sotto, dove vivono i miei ora, insieme ai nonni, e loro dormivano, 3 piani più sopra, dove vivo io ora.
Così la sera, bacio della buonanotte e via, loro salivano.
La domenica mattina per tradizione io e mia sorella salivamo i tre piani, attraversavamo la buia ed enorme soffita e andavamo a svegliare mamma e papà. L'attraversamento non ha lasciato segni su di me che avevo il mio Virgilio a traghettarmi, ma Virgilio in realtà qualche anno fa mi ha confessato che il traghettamento risultava per lei alquanto inquietante in quella soffitta buia, anche se a me lei pareva sapere il fatto suo.
Fatto sta che ci sistemavamo tutti e 4 nel lettone regolarmente nella seguente configurazione: mio padre con il giornale, mia sorella con un libro, io e mia madre la settimana enigmistica di sottofondo Gran Varietà condotto da Johnny Dorelli.
Ora se penso a mio padre ancora ora me lo immagino o in perenne movimento o intento a leggere "La Repubblica". Mia sorella ha l'opzione assente con libro in mano -può cadere il mondo lei non sente, non vede, non parla - o presente e parlante, e quanto parlante! (chi conosce mia sorella pensa che io sia la muta di famiglia, chi conosce me sa che pensare a me come ad una muta è un'oscenità); l'unica cosa che modifica l'immagine di lei da allora ad oggi è la sigaretta che è presente ora sia in versione spenta che accesa. Mia madre ancora oggi ha perennemente la settimana enigmistica in mano, quando non riesce ad ultimarla teme l'alzheimer incombente.
La mia mamma per farmi stare quieta mi faceva fare "la pista cifrata" e "cosa apparirà", poi quando ho iniziato a scrivere mi faceva riempire le lettere note delle crittografate che terminava lei.
Alla fine non siamo cambiati tanto: loro intenti ai loro hobby io che mi agito attorno a tutti per attirare l'attenzione
13 gennaio 2011
La stagione dell'amore viene e va
Lei aveva 16 anni in quel novembre del 79, era piccola e minuta, nella scuola il freddo era pungente; dopo il ginnasio in succursale, da quell'anno erano stati trasferiti nella vecchia sede centrale, così vecchia che sua nonna, classe 1904, ci aveva fatto la prima elementare, probabilmente la caldaia era coetanea di sua nonna, per questo non voleva saperne di andare.
Il primo giorno le proteste non erano servite a molto ed erano rientrati in classe con guanti e cappotto. Poi qualcuno aveva trovato la legge: sotto i 15 gradi le lezioni dovevano essere sospese. Arrivarono in classe con il termometro e raggiunta quota 15 si trasferirono in Presidenza e la occuparono. Il preside si negava, mai capito nulla di adolescenti quell'uomo che girava da anni con l'auto targata Escursionisti Esteri (tutto un programma uno che fa il preside in una scuola italiana, è cittadino italiano, ha uno stipendio pagato dallo Stato italiano e si finge escursionista estero).
Nella stanza i posti a sedere erano pochi, così lui 20 anni (terza liceo, un anno perso per strada) grande, grosso,due spalle che facevano provincia, un neo all'angolo esterno dell'occhio sinistro che ne allungava il sorriso, e un indice della mano che quando suonava la chitarra faceva un barrè infallibile, se la prese in braccio.
Fu come se un interruttore si fosse acceso, mai quelle aule erano state più calde e luminose.
Dopo venti giorni si trovarono a girare le piazze in cerca di regali di natale e lei non sapeva cosa scegliere. Poi lo vide in una libreria tutto preso da un libro sulla storia del rock e quando uscirono di lì ne parlò tutto entusiasta.
Il 23 le scuole chiudevano e durante le vacanze non si sarebbero visti, così si scambiarono i regali. Lei ricevette un piccolo bracciale d'argento che indossò tutta orgogliosa, lui scartò il suo libro di musica.
Suonò la campana, le strade si divisero, era ormai verso casa, fu raggiunta da un compagno di classe di lui "Posso dare a te questo, l'ha dimenticato sotto il banco, forse lo vedi tu prima" e così si trovò tra le mani il suo regalo.
Interruttore spento.
Il primo giorno di lavoro in ospedale, venti anni dopo, viene spedita a farsi il tesserino di riconoscimento e se lo trova lì, è l'uomo delle procedure identificative; si è sposato ha 2 o 3 figli, un po' più grigio, molto più grosso, lo stesso neo che allunga il sorriso e sarà lui dopo altri otto anni (nel frattempo diventato sindacalista) ad aiutarla a districarsi nelle norme di un concorso di stabilizzazione che però non si terrà mai.
Bello ritrovarsi dopo una vita intera.
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